
Vuoto
minimo
abitabile

16 - 26 Jan 2027
Quanto possiamo allontanarci dal verde prima che un luogo smetta di essere davvero vivibile?
Da questa domanda prende forma Vuoto minimo abitabile, l’installazione site-specific di Virginia Dal Magro realizzata sulle cesate del cantiere VITAE, tra via Condino e via Serio, nel quartiere Symbiosis di Milano. L’intervento si inserisce nella ricerca dell’artista Virginia Dal Magro Bare Minimum Void, dedicata ai “vuoti minimi”: distanze e condizioni spaziali che, pur sfuggendo spesso alla percezione quotidiana, incidono profondamente sulla qualità della vita urbana.
L’indagine si sviluppa attraverso un’analisi territoriale del distretto Symbiosis e del tessuto urbano circostante, volta a restituire una fotografia dell’accessibilità alle aree verdi. A ogni edificio viene attribuito un valore, il Green Score, che esprime la sua prossimità agli spazi verdi accessibili entro la soglia individuata. I punti con lo stesso valore vengono poi uniti da linee continue, secondo il principio delle isobare nelle mappe meteorologiche. Ne emerge una trama di curve che descrive le variazioni della distanza: dove le linee si infittiscono, il rapporto con il verde cambia più rapidamente; dove si diradano, la variazione è più graduale. Il disegno restituisce le caratteristiche di un territorio segnato dalla propria storia industriale e oggi interessato da nuovi processi di trasformazione. Tuttavia, in questo progetto il vuoto non coincide con uno spazio libero o non edificato, ma con la distanza che separa ogni punto del quartiere dal verde pubblico accessibile. I 300 metri diventano la soglia di riferimento oltre la quale un’area è considerata non sufficientemente servita. Un criterio apparentemente semplice, che porta a interrogarsi sul ruolo della natura nella vita quotidiana, sul suo contributo alla salute pubblica e sulla capacità delle città di tutelare la biodiversità e adattarsi ai cambiamenti climatici. Non si tratta soltanto di una questione ambientale, ma di una componente essenziale del benessere individuale e collettivo. La possibilità di raggiungere facilmente un parco o un’area naturale è un indicatore della qualità della vita e dell’equità dello spazio cittadino, poiché il diritto al verde urbano dovrebbe essere parte integrante dell’abitare quotidiano, non un privilegio legato al luogo in cui si vive.
Nell’installazione la trama cartografica si sottrae all’astrazione del dato per acquisire una dimensione fisica. Fori e fili agricoli verdi trasferiscono il disegno sulla superficie delle cesate, accompagnando il perimetro del cantiere. Il filo richiama il mondo della coltivazione e la cura necessaria alla crescita vegetale, mentre i fori interrompono idealmente la continuità della barriera, trasformandola da elemento di separazione in una membrana aperta allo sguardo e alla conoscenza.
L’opera non è una mappa da decifrare. Non riproduce strade, edifici o confini, né rappresenta in modo esplicito le diverse condizioni di accessibilità. Il disegno diventa piuttosto la forma visibile di un equilibrio mutevole e diseguale tra il tessuto urbano e le sue risorse ambientali. La sua presenza invita a sostare davanti a ciò che normalmente passa inosservato, rendendo visibile una condizione del quartiere che può essere misurata attraverso i dati, ma che non sempre viene percepita nella vita di tutti i giorni.
A completare l’intervento, una serie di proposizioni si intrecciano alla ricerca e ne ampliano il significato. Domande e riflessioni sulla misura, sulla distanza e sull’accessibilità accompagnano lo sguardo del passante, senza indicare risposte definitive. Come tracce di un pensiero in divenire, invitano a interrogarsi su ciò che rende un luogo davvero abitabile e su quanto la città permetta, o impedisca, di entrare in relazione con la natura. Anche il cantiere assume una nuova funzione; da barriera che separa lo spazio pubblico da ciò che è ancora in costruzione, diventa una superficie capace di restituire al quartiere uno sguardo sulla propria condizione presente. L’opera mette in relazione ciò che esiste con ciò che potrebbe cambiare, trasformando un elemento temporaneo del paesaggio urbano in un’occasione di osservazione e consapevolezza.
Vuoto minimo abitabile invita a guardare la città attraverso ciò che spesso sfugge allo sguardo: le distanze, le assenze e le possibilità che definiscono il nostro modo di abitare. In questo spazio di riflessione, una linea diventa il punto di partenza per interrogarsi su ciò che manca e su come anche piccoli cambiamenti possano contribuire a immaginare un ambiente urbano più accessibile e attento ai bisogni di chi lo vive.
Testo di Erica Massaccesi
Biografie
Virginia Dal Magro (Milano, 1994) è artista visiva e docente di Serigrafia all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove ha studiato Arti Visive. La sua ricerca esplora la soglia tra elementi opposti attraverso la pittura, la stampa d’arte e le installazioni site-specific. Le sue opere assumono spesso la forma di mappe che traducono in segni grafici i margini tra territori, materiali e sistemi di rappresentazione.
Dal 2014 ha partecipato a mostre personali e collettive in Italia e all’estero. Nel 2025 è stata nominata vincitrice di Present is the new future di Fondazione Imago Mundi, mentre nel 2022 ha partecipato alla terza edizione di ReA! Fair alla Fabbrica del Vapore.
Dal 2017 è membro di spazioSERRA, progetto e spazio espositivo non profit dedicato all’arte pubblica all’interno della stazione ferroviaria di Milano Lancetti.
Valentina Toccaceli, visual designer freelance che intreccia nel suo lavoro processi analogici e strumenti digitali, cercando nel loro dialogo un terreno di ricerca e di innovazione.
Si è laureata in Design all'Università di San Marino e in Grafica d'Arte all'Accademia di Belle Arti di Brera. Ha lavorato come visual designer per Deloitte, trasformando dati e processi complessi in artwork e infografiche.
È parte del collettivo curatoriale di spazioSERRA, progetto indipendente di arte pubblica situato nella stazione di Milano Lancetti, di cui cura la comunicazione e contribuisce alla direzione artistica condivisa e alla progettazione di mostre, performance ed eventi.
Convivio
Covivio è un gruppo immobiliare europeo che, attraverso la propria esperienza e cultura progettuale, contribuisce a trasformare il modo di vivere, lavorare e viaggiare. Attivo nei settori degli uffici, dell'ospitalità e della residenza, Covivio progetta e valorizza spazi capaci di rispondere alle esigenze delle persone e delle città contemporanee, con una visione orientata alla sostenibilità, alla qualità della vita e alla creazione di relazioni durature.
Nel 2017 il Gruppo ha aderito al programma “1 building, 1 piece of art”, lanciato dal Ministero della Cultura francese per promuovere l’integrazione di opere di artisti emergenti negli immobili di nuovo sviluppo o riqualificati.
In Italia, questo impegno ha preso forma nel 2021 con “L’Enigma della Giostra” del duo bn+BRINANOVARA, prima opera della collezione Covivio nel Paese, installata in Wellio Milan Dante nell’ambito di un progetto sviluppato e coordinato da ARTLANE, collettivo di Lombardini22.
Nel 2022 Covivio ha poi istituito, nell’ambito della partnership con Miart, il Premio Covivio, dedicato ai giovani artisti emergenti. La prima edizione ha portato alla realizzazione di“Altra Natura” di Pamela Diamante, concepita per il Building D di Symbiosis. Il Premio è stato rinnovato nel 2023 e assegnato a Lorenza Longhi, autrice di “Days”, opera site-specific collocata sul rooftop di Wellio Milan Duomo.
Nel 2025 il percorso è proseguito con “Synapse” di Pietro Giromini, selezionata attraverso una call for artist promossa da Covivio insieme a Fondazione Michele Cea ETS e realizzata per Meridian, nel distretto Milanofiori.
Con Vuoto Minimo Abitabile, Covivio porta ora l’arte anche nella fase di trasformazione di un edificio, rendendo le cesate di Vitae uno spazio di relazione con la città. Il percorso di Covivio nell’arte nasce infatti dalla convinzione che le opere possano contribuire all’identità degli edifici e creare un legame più forte tra gli spazi, le persone che li vivono e il contesto urbano.














