Collector's view: collezione Giulio Raffaele

Updated: Jul 1


Giovane, determinato ed emergente. Giulio Raffaele co-fondatore di Silent Art Explorer, progetto privato a supporto dei talenti emergenti, è il collezionista che abbiamo avuto il grande piacere di intervistare e scoprire quale è stata la sua strada che l'ha portato a collezionare, i suoi progetti attuali e futuri focalizzati al supporto di coloro che credono e vogliono crescere nel mondo dell'arte e soprattutto il suo amore per i lavori degli artisti che ha con tanta fatica e dedizione collezionato.

Il principio che alla fine sta sempre dietro a tutto, sostiene Giulio, infatti è quello dell'innamoramento.


Giulio Raffaele

Quando hai iniziato a collezionare? In che modo e perché hai iniziato?

Ci sono stati diversi momenti nella mia vita.

La prima volta mi sono imbattuto per caso in un’opera di un giovanissimo designer emergente che si chiama Giorgio Scorza Priano che ha una vena artistica molto minimalista. Scorza Priano ha realizzato un quadrittico che si chiama “Solo” in cui vengono manifestate dall’autore le diverse possibili combinazioni della solitudine, espresse con delle forme geometriche.

Ai tempi non avevo di idea che avrei iniziato a collezionare ma quest’opera mi aveva attratto molto, così decisi di acquistarla.

Poco tempo dopo, mi sono ritrovato a parlare con un amico ed artista della nostra passione per i polpi. Ci affascina il fatto che siano degli animali che hanno delle caratteristiche quasi aliene e condividevamo il desiderio di realizzare un quadro che ne rappresentasse uno. Così, durante la conversazione gli domandai “Lo facciamo?”. E lui fu d’accordo.

Mi chiese le misure e gli dissi che avevo una parete di due metri e di gestire lui lo spazio, così realizzò una tela gigante su cui ha rappresentato un polpo con tecnica a olio, su fondo oro con foglia oro.

Per come quest’opera è nata, nutro un particolare e forte legame affettivo con essa.

La collezione è iniziata con queste due opere che sono totalmente agli antipodi, un lavoro di un designer e un lavoro di un programmatore-artista. Due stili molti differenti.


Qual è l’idea di base della tua collezione?

Sono partito senza avere un’idea.

All’inizio le opere che compravo non avevano un legame tra di loro, era solo una questione di puro innamoramento.

L’approccio più strutturato è arrivato qualche anno dopo.

Successivamente, ho comprato la prima opera di un artista emergente napoletano che si chiama Valerio Sarnataro (nome d'arte, Erk 14) - poi diventato un amico. L’artista ha uno stile molto particolare, che la sua gallerista definisce “simbolico neo-pop”, e che ha sviluppato tramite la sua esperienza di vita legata alla difficoltà che ha con il mondo del linguaggio. Infatti, nelle sue opere, traduce le parole in simboli per esprimere dei concetti profondi e che rappresentano la nostra contemporaneità.

Questa prima opera è esposta a casa mia, ma successivamente ne ho acquistate altre tre. In più, grazie a Valerio, ho partecipato per la prima volta ad un modello di adozione delle opere per le mostre personali, ideato dallo stesso artista. Come funziona? L’artista, per organizzare una sua personale a Napoli (presso Palazzo Fondi) e ricavare dei fondi per realizzarla, ha chiesto ai suoi collezionisti di adottare alcune delle sue nuove opere che sarebbero poi state esposte nello spazio.

Se l’opera fosse stata venduta, l’artista avrebbe poi condiviso con il collezionista una piccola percentuale del prezzo di vendita. In caso contrario, l’opera sarebbe rimasta come opzionata per l’acquisto al collezionista al prezzo di adozione - minore del normale prezzo di vendita.

Decisi quindi di adottare l’opera “Una storia d’amore” che, fortunatamente, è poi entrata a far parte della mia collezione.

E’ stato l’inizio di una presa di coscienza.

Erk 14, Storia d'amore

Perché la scelta di artisti emergenti?

La scelta è legata sia ad una questione di mezzi che di obiettivi. Riguardo ai mezzi, non provengo da una famiglia di collezionisti e al momento posso permettermi i lavori di artisti emergenti semi-affermati o in crescita.

Riguardo agli obiettivi, ho iniziato però a capire che c’era una sorta di missione, di linea che volevo seguire ed era proprio legata all’arte di talenti emergenti.

Dunque, a parte il discorso dell’accessibilità, c’è anche un motivo etico. Anch’io sono stato a mia volta un emergente nel mio campo ed ho avuto la fortuna di incontrare sulla mia strada tante persone che mi hanno supportato ed aiutato e che mi hanno permesso di diventare chi sono oggi. Per questo motivo, mi piacerebbe restituire questa possibilità al mondo e ho quindi ho deciso di farlo supportando le persone che cercano di crescere e/o lavorano nel mondo dell’arte e della cultura.

E’ molto semplice come concetto, ma dispendioso ed impegnativo in termini di energie e risorse. Non compro solo, ma finanzio anche progetti. Quello che a me importa è ricercare i talenti che lavorano nell’ecosistema dell’arte e della cultura, individuare coloro che sono più in linea con la mia visione e supportarli. Aiutare e supportare i talenti emergenti è ciò che mi spinge a svegliarmi ogni mattina.


Su che base decidi di acquistare un’opera? Quali sono i criteri?

Nel comporre la mia collezione, mi sono accorto che si era creato un filo conduttore tra le opere, legato ad una ricerca sulla solitarietà, non intesa come solitudine ma come strumento di riflessione sull’esistenza, sulle persone e sulla realtà.

Nella maggior parte delle opere che mi hanno attratto nel tempo, ho ritrovato sempre questo elemento da cui traspariva una solitarietà del soggetto.

Un’altra opera che è molto allineata con questa ricerca è un lavoro di Hao Wang.

Il quadro che ho comprato si chiama “Gli uccelli volavano nel cielo” e rappresenta una donna stilizzata che si trova sul bordo di quello che sembra essere di un fiume o un lago, ed è raffigurata mentre sta lanciando delle reti su uno sfondo di montagne.

L’origine di quest’opera è la ricerca dell’artista nel rappresentare delle espressioni idiomatiche cinesi (una sorta di aforismi, chiamati chengyu) che l’artista unisce a dei contesti pubblici come per esempio i parchi di Milano in cui passeggia. L’artista fonde quindi questo contesto onirico con le situazioni reali e ne estrapola dei mondi.

Wang stesso ha raccontato che l’aforisma alla base dell’opera si può esprimere come la storia di una madre molto severa che ha una figlia che tratta in maniera molto dispotica, ma nonostante ciò la figlia è sempre al servizio della madre. La figlia, con tanto amore e piacere, va sempre a pescare per potarle da mangiare ed è un gesto che fa addirittura durante gli inverni rigidissimi. Dentro questa storia ci ho visto tantissimo, soprattutto qualcosa che rispecchia molto la mia etica e la mia ricerca della solitarietà e della riflessione su cosa l’individuo può fare per un altro, nonostante tutto.

In seguito, ho acquistato un’opera di Fabio Adani, artista-professore bolognese che ha realizzato una serie di lavori in cui viene utilizzata la tecnica dell’acquerello su carta (che visivamente però appare quasi come un olio su tela) e rappresenta delle figure solitarie in degli spazi eterei che sono caratterizzati da un misto di geometria, ombra e luce.


Wang Hao, Birds were flying in the sky

Fabio Adani, Intimisto

Quante opere hai e dove le esponi?

Le opere sono 26 e la maggior parte sono conservate a casa.

Alcune di queste sono esposte alle pareti, anche se non vorrei esporle tutte in questo luogo.

Mi piacerebbe che le opere viaggiassero e che le persone potessero così goderne pienamente, come ho potuto anch’io.

In passato avevo supportato un progetto che si chiama Collecteurs.

All’epoca era in una fase embrionale ma decisi di finanziarlo perché credevo e credo tutt’ora profondamente che si possa costruire un museo condiviso, per il semplice fatto che ci sono più opere di collezioni private in giro per il mondo che opere esposte nel museo.

Ho continuato perciò su questa scia con una visione di lunghissimo periodo. Nell’arco di 40 anni, infatti mi piacerebbe arrivare ad avere una fondazione che da un lato porti avanti l’acquisizione delle opere e dall’altro continui a supportare le attività dei professionisti dell’arte e della cultura facendo ecosistema, da ingranaggio di raccordo con le capacità monetarie presenti nell’ecosistema dei collezionisti e con l’ecosistema di chi lavora e di chi ha bisogno di essere supportato.

Il mio lascito testamentario è che questo progetto ci sia anche quando non ci sarò più.


Jago, Habemus Hominem (opera unica in comproprietà con altri azionisti dell'opera)

Il primo e l’ultimo acquisto?

Il primo acquisto è stato “Solo”, citato precedentemente.

L’ultimo è stato “Con Titolo”, un quadro di Thomas Berra, artista esposto dalla galleria UNA di Piacenza. Berra ha fatto tutto un percorso di ricerca iniziale sulle piante infestanti nel rappresentare “gli emarginati” che hanno anch’essi una loro identità.

L’artista ha fuso queste piante con delle figure oniriche molto idealizzate di personaggi con maschere e cappelli a punta che compaiono all’interno della tundra e sono rappresentate come figure solitarie.

Sono contento di questo acquisto perché, a parte essermene innamorato istantaneamente, vi ho visto una continuità con la collezione.


Thomas Berra, Con titolo

Un acquisto memorabile?

Kensuke Koike, è un artista che ha sviluppato una tecnica che chiama "single image processing”. L’artista sostiene che una volta che si ha un’immagine le si hanno tutte quante. Rappresenta una visione molto “quantistica” della realtà e rileva che spesso quando si parte da un’immagine potenzialmente si potrebbe comporre qualsiasi tipo di immagine nell’universo.

Koike prende un’immagine, senza togliere o aggiungere nulla ma utilizzando pezzi di quell’immagine e ricompone delle altre immagini al loro interno. Le foto vintage che compra, e da cui parte per comporre l’opera, sono di dimensioni abbastanza piccole e spesso le lavora con il bisturi.

L’opera che ho comprato si chiama “One of them”.In essa, Koike ha lavorato sul viso di un ritratto a mezzobusto, scomponendolo in una matrice e poi ricomponendo 9 volti al posto del volto originale, ricombinando la matrice di partenza in 9 sotto-matrici. Un lavoro molto meticoloso.

Ho scoperto Koike grazie a SuperOtium, una residenza per viaggiatori a Napoli, guidata da un mio caro amico e dal suo socio, che svolge un certo numero di attività nell’ambito dell’arte contemporanea. Koike aveva svolto lì una residenza d’artista, per cui alcune delle sue opere sono esposte in sede. Ogni volta che andavo a trovare gli amici di SuperOtium ero tentato di comprare un lavoro di Koike ma rimandavo sempre. Ho impiegato due anni per passare all’azione.

Per me, è stato un investimento importante, anche se raramente ragiono sul concetto di investimento. Non potevo farmi sfuggire quest’opera, portava con sé un grande significato.


Kensuke Koike, One of them

Quali sono i progetti futuri per la collezione?

A breve termine, ho in mente una lista di cose che mi piacerebbe mettere in atto.

Una di queste è la creazione di una mostra collettiva con altre persone che collezionano opere di talenti emergenti. Inoltre vorrei riuscire a lavorare in maniera più strutturata con alcune realtà su Milano, in particolare con collettivi artistici che vogliono espandere la propria area di ricerca e pratica artistica.

Seguendo questo filone di supporto, mi piacerebbe iniziare a progettare questo genere di attività con anticipo e fondare un’associazione culturale attraverso cui dare ad esse un’impostazione formale.

Sulla questione di acquisire nuove opere in realtà mi sto dando degli ottimi consigli ma poi seguirli non so… puntualmente alle fiere, nonostante mi ripeto di fermarmi un attimo sugli acquisti, scopro un’opera di un artista che non conoscevo e la compro.

Al momento, non faccio una pianificazione di quantità di opere da acquisire ma, prevalentemente, attraverso dei periodi di ricerca e studio e poi di acquisto durante le fiere.

Anche in questo caso, vorrei iniziare ad avere un approccio più progettuale di sviluppo della collezione, che sia sempre però guidato dal principio dell’innamoramento.


Giulio Raffaele e Aurora Rossini